Il metodo Solvay e la centralità della soda
Tra fine dell’800 e gli inizi del ‘900 parte della modernità industriale fu supportata dall’intuizione di un brillante chimico e industriale belga, Ernest Solvay, che prevedeva la produzione di carbonato di sodio (soda ash) mediante un metodo pulito, efficiente ed economico.
Al tempo la soda rappresentava una sorta di materia prima decisiva in molti settori: in quello della produzione del vetro e della cristalleria, rendendo gestibile sotto il profilo industriale il processo di fusione; in quello legato alla produzione di saponi e detergenti; nella filiera della carta, nel tessile e nelle concerie, come reagente di processo e di trattamento, per lavaggi, sgrassaggi, sbiancamenti, tinture e finissaggi che richiedono controllo chimico stabile. Inoltre si dimostrava essenziale in alcune lavorazioni metallurgiche e su altri passaggi chimici collegati che dipendono proprio dalla disponibilità regolare di alcali su larga scala.
Proprio nel monfalconese c’erano le basi per impiantare una grande industria per produrre carbonato di sodio, in quanto, oltre alla rete infrastrutturale che si stava via via definendo, grande era la disponibilità d’acqua e di roccia calcarea naturale, dalla quale si ricavava la CO₂ necessaria alla reazione. Si partiva da sale comune sciolto in acqua e da ammoniaca, che veniva disciolta nella salamoia. In questa soluzione veniva fatta entrare anidride carbonica, ottenuta dalla cottura del calcare. L’anidride carbonica reagiva con il sale e con l’ammoniaca facendo precipitare bicarbonato di sodio, una sostanza solida poco solubile che poteva essere separata con facilità.
Il bicarbonato di sodio veniva poi riscaldato e, perdendo acqua e anidride carbonica, si trasformava in carbonato di sodio, cioè la soda ash, che costituiva il prodotto finale commerciabile.
Adriawerke 1911: fondazione e impianto monfalconese
Adriawerke fu fondata nel 1911 come società per azioni di area austro-ungarica, costituita a Vienna con la denominazione Adriawerke Aktiengesellschaft für chemische Industrie, espressione di un gruppo di capitali e interessi industriali legati all’Impero austro-ungarico, con centro decisionale viennese, che investì nella creazione di una grande sodiera nel Monfalconese per sfruttarne la posizione, le infrastrutture disponibili e vicinanza alle materie prime, secondo uno schema tipico delle grandi industrie chimiche di inizio Novecento, basato su capitale diffuso e su una gestione tecnica affidata a ingegneri e dirigenti.
Il complesso produttivo a Porto Ròsega e le infrastrutture
Il complesso produttivo di Adriawerke era stato pensato come una grande macchina industriale del primo Novecento finalizzata alla produzione a ciclo continuo e su larga scala, inserita nell’area di Porto Ròsega come parte strutturale della periferia industriale di Trieste.
Il nucleo era costituito da un fabbricato principale di produzione, affiancato da diversi corpi minori destinati alle varie fasi del processo industriale, ai servizi tecnici e ai magazzini. La presenza delle di ben quattro ciminiere nel periodo successivo alla ricostruzione del primo dopoguerra, rappresentava evidente segno di un’attività chimica energivora e continua, basata su forni, caldaie e reazioni che richiedevano temperature elevate e un costante smaltimento dei fumi.
All’interno del complesso trovavano posto gli impianti per la preparazione della salamoia, i reparti di carbonatazione e filtrazione, i forni per la calcinazione del bicarbonato di sodio e le strutture dedicate al recupero dell’ammoniaca, oltre ai sistemi di movimentazione interna dei materiali. La produzione a ciclo continuo al suo interno era garantita da un’organizzazione ottimale degli spazi produttivi interni e dalla loro interconnessione.
Il complesso comprendeva anche spazi verdi e aree di servizio, segno di una concezione industriale attenta all’ordine e alla gestione complessiva del sito. A questo sistema produttivo si collegavano le infrastrutture esterne, fondamentali quanto gli edifici stessi: il porto per l’arrivo del sale e la spedizione della soda, la rete ferroviaria per i collegamenti terrestri e, nella fase successiva, la teleferica che dal Carso convogliava il calcare verso l’impianto.
Dopoguerra, ricostruzione e acquisizione Solvay
Nel dopoguerra la vicenda di Adriawerke entra in una fase nuova, segnata dalla distruzione materiale dello stabilimento e dalla naturale discontinuità politica. A ciò s’aggiunse la progressiva riorganizzazione industriale che porta all’ingresso di un grande gruppo chimico internazionale. Lo stabilimento, nato in epoca austro-ungarica e gravemente compromesso dagli eventi bellici, viene prima ricostruito e riorientato all’interno del nuovo quadro italiano, quindi assorbito nel 1928 dalla Solvay, che ne fa una propria unità produttiva specializzata nella soda.
L’acquisizione segna l’ingresso di Monfalcone in una rete industriale europea già strutturata e in questa fase il rapporto tra stabilimento e territorio si fa ancora più esplicito e sistematico. La crescnete necessità di calcare per il processo chimico porta l’azienda ad organizzare l’ approvvigionamento direttamente dal Carso, sfruttando i grandi volumi garantiti dalle cave del Monte Debeli, raggiunte tramite una teleferica industriale, progettata per garantire un flusso continuo e regolare di materiale.
Dismissione 1969 e tracce residue
Dopo la fase di piena attività sotto la Solvay (1928 – 1969), la storia dello stabilimento entra in una fase legata alla dismissione e alla trasformazione dell’area.
La chiusura avviene come conclusione di un ciclo produttivo che, alla fine degli anni Sessanta, non risultava più competitivo né coerente con le nuove strategie del gruppo, che s’era volto verso più grandi,vmoderni e integrati sotto il profilo logistico ed energetico.
Con la cessazione dell’attività, lo stabilimento entrò in una fase di smantellamento e riconversione. Gli impianti produttivi veri e propri, forni, apparecchiature chimiche, linee di processo, vengono progressivamente dismessi e rimossi e la presenza del grande stabilimento come presenza attiva nel paesaggio viene, nel tempo, progressivamente meno sino a scomparire quasi del tutto. Infatti, dopo il 1969 l’area passa attraverso diversi cambi di proprietà e di destinazione, legati più allo sfruttamento immobiliare e funzionale degli spazi e molti edifici vengno demoliti, riutilizzati o profondamente rivisti.
Oggi il grande complesso che ha ormai vissuto, dopo la chiusura e con l’uscita di Monfalcone dalla filiera chimica internazionale, la dispersione delle proprie funzioni, rivive in alcune porzioni di fabbricati, in qualche traccia dei muri di cinta e nei toponimi locali.
Bibliografia essenziale
Anna Maria Sanguineti, Solvay. Una sodiera a Monfalcone 1911-1969, Press Up, Roma, 2013
Anna Maria Sanguineti, La Colonia della Solvay. La fabbrica, il villaggio, i ricordi, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli, 2007
Paola Tomasella, Archeologia industriale nella Provincia di Gorizia, Italia Nostra, Sezione di Gorizia, Gorizia, 2001
Consorzio Culturale del Monfalconese, Adria Werke poi Solvay. Scheda patrimonio e descrizione del complesso, s.d.
Remember Adrijo, La storia del porto di Monfalcone. Contesto infrastrutturale e industriale dell’area Porto Ròsega, s.d.








