Un testimone di continuità nel paesaggio mutato
Nel quadro radicalmente mutato del paesaggio antico del Monfalconese, un elemento di continuità resta costituito dalle acque solforose che sgorgano in un complesso termale sito al limitare di quella che un tempo fu un’Insula Clara menzionata da Plino il Vecchio, protagoniste indiscusse di una storia che attraversa venti secoli. È proprio la forza rigeneratrice di quest’acqua a rendere le terme di Monfalcone un testimone unico di sopravvivenze e rinascite, sospese tra distruzioni e ricostruzioni, tra oblio e rinnovata centralità.
Il contesto del lacus Timavi e l’osservazione di Plinio
Situato un tempo in un contesto ambientale e paesaggistico dominato dall’antico lacus Timavi, il complesso termale si inseriva come una delle componenti salienti di un sistema antropico prospero e organizzato. Le sorgenti sulfuree, con temperature variabili tra i 19 e i 41 gradi, scaturivano quasi a livello del mare, da più polle, e già in età romana erano apprezzate per le proprietà curative. Plinio il Vecchio, che fu praefectus classis Misensis, ossia comandante della flotta imperiale istituita da Augusto e autore della Naturalis Historia, le osservò personalmente nel I secolo d.C., descrivendo i fenomeni termali e le variazioni connesse al ciclo delle maree: contra Timavum amnem insula parva in mari est cum fontibus calidis, qui pariter cum aestu maris crescunt minuunturque (Di fronte al fiume Timavo vi è una piccola isola nel mare, con sorgenti di acqua calda, che crescono e diminuiscono insieme con la marea.).
Il rilievo carsico oblungo che dava origine alle due Insulae Clarae, oggi scomparse, costituiva la cornice di questo bacino costiero alimentato dai fiumi Timavo e Locavaz. Era sulle coste di questo lago salmastro che, già in età romana, la civiltà prosperò, sviluppando un sistema termale di grande importanza, sia terapeutica che cultuale.
Frequentazione romana, epigrafi e Spes Augusta
Le testimonianze archeologiche, pur difficili da leggere a causa delle numerose fasi costruttive e distruttive, confermano un utilizzo intensivo del complesso almeno dalla fine del I secolo a.C. fino al III secolo d.C. Alcuni rinvenimenti epigrafici ed ex-voto dedicati alla Spes Augusta, personificazione della fiduciosa attesa dell’animo rispetto a eventi desiderati, provenienti persino dal Norico (corrispondente all’odierna Austria centrale), attestano la fama delle acque monfalconesi, conosciute anche a Roma. In prossimità della chiesa paleocristiana di San Giovanni in Tuba sono state rinvenute quattro epigrafi dedicatorie alla stessa divinità, indizio che l’edificio religioso fosse sorto su un’area di culto preesistente legata al termalismo.
Accanto alla Spes Augusta, erano venerati anche Silvano ed Ercole, divinità invocate per le loro capacità guaritrici, mentre una perduta iscrizione votiva ai fata, rinvenuta nei pressi della grotta detta del Diavolo Zoppo sull’isola di Sant’Antonio e riferita a Ottavia Sperata, ci restituisce la voce di una frequentatrice delle terme. Due ulteriori dediche, di Poblicius Statutus e Q. Titacius Maxsumus, confermano il culto connesso alle fonti calde.
La riattivazione veneziana del 1433 e l’iscrizione di Francesco Nani
Le strutture romane, probabilmente abbandonate in età tardoantica, caddero nell’oblio per secoli, fino a quando nel 1433 il podestà veneziano Francesco Nani, inviato dalla Serenissima a Monfalcone, decise di riportarle in uso. Figura di formazione romanistica, il magnificus praetor si occupò non solo delle strutture portuali e delle difese, ma anche della riattivazione della fonte termale, convogliando le acque in una cisterna e dotando l’impianto di una nuova vasca monumentale. Un’iscrizione latina ricorda i suoi interventi, celebrandone la giustizia e la rettitudine: Balnea construxit iam perdita digne reduxit, riportò degnamente in vita le fonti ormai perdute.
Devastazioni, ricostruzioni e lo stabilimento ottocentesco
La gloria della rinascita fu però di breve durata: il complesso subì devastazioni durante le invasioni turche e le guerre d’Austria, e solo alla fine del Cinquecento fu parzialmente ricostruito. Nei secoli successivi le vicende furono alterne, fino all’Ottocento, quando si decise di edificare un moderno stabilimento termale, inaugurato nel 1840 e rimasto in uso fino alla sua distruzione durante la Grande Guerra.
Burton, gli scavi del 1911 e le indagini 2005-2008
In questo periodo si collocano anche i resoconti di Richard Burton, console inglese a Trieste e figura di viaggiatore ed erudito di straordinaria intensità, che nel 1881 dedicò una trattazione al sito. Poco dopo, nel 1911, sistematiche campagne di scavo riportarono in luce una corte fiancheggiata da portici, vani pavimentati in cotto e in parte affrescati, oltre a una serie di locali definiti “lavabi”, per un’estensione complessiva di circa 50 metri. Le indagini condotte tra il 2005 e il 2008 hanno ulteriormente precisato il contesto, datando reperti ceramici e strutturali dalla fine del I secolo a.C. al III d.C. Tra i ritrovamenti più significativi spicca una statuetta in marmo raffigurante un erote dormiente, che probabilmente decorava l’impianto.
Evoluzione terapeutica e rete asburgica
L’Ottocento segnò anche un’evoluzione terapeutica: accanto alle acque sulfuree si iniziò a utilizzare il fango argilloso, cavato fino a cinque metri di profondità, per applicazioni curative. Non a caso, le terme di Monfalcone s’inserivano in una rete più ampia di stazioni idroterapiche dell’Impero asburgico, pur mantenendo la loro peculiare collocazione geografica: al limite settentrionale del Mare Nostrum, in prossimità della mansio Fonte Timavi, stazione di cambio lungo la via che da Aquileia conduceva a Tarsatica (l’odierna Fiume) e Pola.
La ricostruzione del 1939, l’abbandono e i recuperi recenti
Dopo la distruzione bellica del 1915-1918, il sito conobbe una nuova stagione nel 1939, quando la famiglia Torre e Tasso ne promosse la ricostruzione in stile razionalista. Ma anche questa rinascita fu effimera: la seconda guerra mondiale ne decretò l’abbandono definitivo.
Da allora, il complesso ha vissuto un lungo periodo di oblio, interrotto solo da campagne di studio e da progetti di recupero più recenti, che hanno restituito almeno in parte la fruizione delle acque. Nei primi anni del XXI secolo, infatti, è stata realizzata un’articolata riqualifica funzionale, mirata a valorizzare nuovamente le proprietà terapeutiche che da sempre ne costituiscono l’essenza.
Le terme di Monfalcone, dunque, non sono soltanto un sito archeologico o un impianto idroterapico: la loro vicenda, segnata da distruzioni, rinascite e nuovi abbandoni, resta testimonianza della capacità dell’uomo di costruire e ricostruire, di non dimenticare, di riconoscere nella natura – e in particolare nell’acqua – una risorsa non solo fisica, ma culturale e spirituale.
Bibliografia Essenziale
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, libro II, 106 (edizioni varie).
Maionica E., Scavi e ricerche archeologiche in Friuli, Aquileia, 1912.
Burton R. F., Ultima Thule; or, A Summer in Iceland, Londra, 1875 (per i riferimenti dell’autore alle terme e alla regione adriatica).
Sticotti P., Iscrizioni latine del territorio tergestino, Trieste, 1913.
Boegan E., Le grotte del Carso triestino e goriziano, Trieste, 1926.
Brusin G., Aquileia Romana, Udine, 1941 (con riferimenti al complesso del Timavo e delle Insulae Clarae).
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Le terme romane di Monfalcone. Indagini e restauri 2005-2008, Trieste, 2010.










