Plinio, Livia Drusilla e l’identikit territoriale del Pucino

Il Pucino appartiene a quella piccola schiera di vini che la tradizione cita con insistenza e la realtà storica, puntualmente, avvolge nella nebbia. La sua fama, di fatto, si accende soprattutto con Plinio il Vecchio: nella Naturalis Historia il Pucinum entra in scena non come semplice delizia di mensa, ma come bevanda dotata di virtù, legata proverbiale longevità di Livia Drusilla, consorte di Augusto, attribuendole una vita lunghissima grazie alle proprietà di quel vino. E poi Plinio compie un gesto che, per chi ama ragionare con le fonti, vale più dell’aneddoto: in sostanza, che quel vino nasce là dove l’Adriatico s’insena, non lontano dalle sorgenti del Timavo, su un colle sassoso che, accarezzato dall’aria di mare, fa maturare uve in quantità minima. Ne esce un identikit territoriale nitido, quasi cartografico, che fa riferimento al territorio carsico fra Duino e Treiste. Ma: quel declamato vino era a bacca bianca o a bacca rossa?
La disputa, che non è solo colore ma questione di identità, ha due scuole. Da un lato l’ipotesi del bianco, spesso identificato col Prosecco storico dell’area tra il Castello di Duino e Miramare, al giorno d’oggi ricondotto al ceppo della Glera. Dall’altro lato l’ipotesi che sposa la bacca rossa, quella de refosco del Carso meglio conosciuto come Terrano.

Dalmasso, Fabbro e la catena degli autori tra Cinque e Ottocento

Claudio Fabbro, agornomo, enologo e giornalista contemporaneo, ricostruendo con rigore passaggi e argomenti, mette al centro una pagina capitale del dibattito: la lettera che Giovanni Dalmasso scrisse a Chino Ermacora il 20 febbraio 1945, poi ripresa nel 1958 su Terra Friulana. Dalmasso, preside di Agraria a Torino e presidente dell’Accademia della Vite e del Vino, richiama la tradizione pliniana e passa in rassegna una lunga serie di autori che, dal Cinquecento all’Ottocento, tendono a collegare il Pucino a un vino chiaro delle balze costiere tra Duino e l’area triestina, vicino a ciò che in seguito verrà riconosciuto come Prosecco in senso storico. Il punto non è che tutti dicano le stesse parole, ma che l’immagine ricorrente, in quelle pagine, è quella di un vino luminoso, sottile, di tonalità dorate, gradito al gusto, associato ai terrazzamenti pietrosi e ordinati. Quest’ipotesi converge verso un vino bianco della zona costiera, più che verso un rosso dell’entroterra carsico.

Il fronte del Pucino nero e il nodo filologico “Picina”

Sul fronte opposto stanno i sostenitori del Pucino nero: Padre Ireneo della Croce, Valvasor e soprattutto Carlo Marchesetti, che nell’Archeografo triestino (1877) localizzò il Castello Pucino presso Duino e richiamò un passo pliniano con la formula “omnium nigerrima”, interpretandola come indizio di una vite nerissima, e quindi come appoggio all’ipotesi Refosco-Terrano. Anche Silvio Benco si schierò su questa linea, sostenendo con decisione che il Pucino andasse identificato con il Terrano. Fabbro, però, introduce un chiarimento decisivo basato sulla filologia moderna: nelle edizioni oggi ritenute più affidabili di Plinio non si legge “Pucina”, ma “Picina”. È una parola collegata a pix, cioè la pece. Detto in modo semplice: quel “nerissimo” non indicherebbe il nome di una vite chiamata Pucina, ma sarebbe un modo per dire “nero come la pece”. Questo non dimostra automaticamente che il Pucino fosse un bianco, ma indebolisce molto l’argomento più usato da chi lo voleva rosso, cioè l’idea di un legame diretto e quasi certo con il Terrano.Per Dalmasso e Fabbro resta dunque più credibile l’idea di un vino chiaro e fine, forse anche con una lieve vivacità, più coerente con la microzona costiera descritta da Plinio, rispetto a un rosso carsico di carattere marcato.

Tra scienza moderna e identità carsica

La discussione sul Pucino non è rimasta chiusa nelle carte. A ondate, soprattutto dagli anni Novanta in poi, il dibattito si è riacceso anche per ragioni contemporanee: prima la moda dei rossi come vini salutari per via della presenza del resveratrolo, che ha reso quasi naturale l’accostamento Pucino-Terrano, poi un ritorno di attenzione verso i bianchi e alcune loro componenti, che ha riacceso l’ipotesi di un Pucino chiaro. Tuttavia, la chimica può aiutare a capire le raffinate dinamiche che stanno alla base di un vino ma non può sostituire le fonti quando si parla di identità storica. Se bianco, quale bianco? Le ipotesi sono molte, ma la catena di testimonianze ricomposta da Dalmasso e ripresa da Fabbro tende a far pesare di più il filone del Prosecco, legato al ciglione tra Duino e Trieste. O, per lo meno, a quello di un vino a bacca bianca non fermo.
Il Terrano, in ogni caso, resta l’altra grande voce del Carso, e non ha bisogno di essere “il Pucino” per imporsi. Le descrizioni tecniche d’inizio Novecento lo restituiscono come vino energico, scuro, vivo, spesso con una naturale vivacità primaverile, figlio di una viticoltura dura e di condizioni pedologiche davvero peculiari che si presentano sul fondo delle doline, ove questa vite viene coltivata. Anche gli studi ampelografici del secondo Novecento, quando cercano di fare ordine fra Terrano, Refoschi e sinonimi locali tra Carso e Istria, insistono su un punto semplice: stessa famiglia, sì, ma espressioni che cambiano molto per ambiente, pratiche di campagna e di vinificazione.
Plinio, in sintesi, ci consegna una microzona costiera petrosa ed esposta ai venti, da rese produttive davvero risicate. La lunga tradizione tra Cinquecento e Ottocento insiste poi su un vino chiaro, raffinato, spesso descritto in tonalità dorate e legato proprio a quel ciglione tra Duino e Trieste. Infine, il chiarimento filologico su “Picina” toglie al fronte del rosso l’appiglio più comodo, senza però trasformare automaticamente il Pucino in un bianco per decreto.
Per questi motivi l’ipotesi più sobria è un Pucino verosimilmente bianco, di crinale, asciutto e minerale, forse appena vivace, figlio organico di un paesaggio più che protagonista di un’interessante interpretazione documentale.


Bibliografia Essenziale

Fabbro C., Il Pucino: bianco o nero, Economia Isontina, aprile 2001.
Dalmasso G., Lettera a Chino Ermacora, 20 febbraio 1945, ripresa in Terra Friulana, anno III, n. 2, marzo-aprile 1958.
Ripper M., Il Terrano del Carso. Uno studio chimico-enologico, Rivista di Agraria Sperimentale in Austria, 1910.
Cosmo I., Benedetti A., Forti R., Terrano, Ministero Agricoltura e Foreste, Commissione studio ampelografico, 1961.