Il paesaggio lagunare e le condizioni ambientali
Il Lacus Timavi in età romana si presentava come una vasta laguna salmastra, profonda e articolata in insenature, che si spingeva fino agli attuali colli monfalconesi. Le acque, influenzate dagli apporti dolci delle risorgive carsiche del Timavo e da quelli marini, creavano un ambiente instabile ma fertile, ricco di nutrienti e quindi perfetto per specie eurialine come la spigola, il lupus labrax, oltre a cefali e anguille. Dal punto di vista geomorfologico la laguna offriva condizioni ideali non soltanto per la pesca, ma anche per forme di allevamento controllato, estensivo o in parte organizzato, di pesci pregiati.
Le ville che si affacciavano sul lacus – in particolare la Villa della Punta e quelle individuate nell’area di Monfalcone – erano dotate di approdi e sistemi di collegamento diretto con l’acqua. Anche se non sono stati rinvenuti resti di piscine marittime in muratura come quelle ben note nel Lazio o in Campania, la loro collocazione in contesto lagunare fa pensare a uno sfruttamento non esclusivamente agricolo, ma anche legato alle risorse ittiche. La pesca di spigole e altri pesci pregiati poteva dunque integrare l’economia delle ville, in un equilibrio in cui l’attività agricola, l’uso delle terme e lo sfruttamento delle acque si completavano a vicenda.
Evidenze archeologiche e interpretazioni
Proprio in questa direzione vanno le osservazioni dell’archeologa Rita Auriemma, che ha studiato a fondo la villa di via Colombo a Monfalcone, un complesso affacciato sulla linea lagunare del lacus Timavi. Gli scavi hanno restituito una serie di pali lignei disposti con regolarità in prossimità dell’acqua e, insieme a essi, ingenti quantità di resti malacologici, soprattutto valve di ostriche e altri bivalvi. La combinazione di questi due elementi ha portato a ipotizzare la presenza di strutture funzionali alla coltivazione dei molluschi o comunque allo sfruttamento organizzato delle risorse lagunari. Non si tratterebbe quindi soltanto di resti di consumo alimentare occasionale, ma di un indizio di attività sistematiche: pergolati lignei, gabbie o recinzioni che potevano servire a trattenere ostriche, mitili e forse anche pesci, seguendo modelli ben noti altrove nel mondo romano. Auriemma sottolinea che il lacus Timavi, con la sua particolare mescolanza di acque dolci e salmastre, avrebbe fornito un ambiente ideale per tali attività, analogamente a quanto avveniva in altre lagune dell’Adriatico o nel celebre lago Lucrino in Campania. In questo senso le ville timavine si inseriscono a pieno titolo nel panorama delle villae maritimae dotate di impianti per la piscicoltura e l’ostricoltura, seppur con soluzioni più leggere e meno monumentali, difficili da riconoscere nelle tracce archeologiche.
La spigola nelle fonti letterarie antiche
Il quadro trova un riscontro suggestivo nelle fonti antiche. Marziale, ad esempio, celebra il lupus come pesce di pregio: negli Epigrammi (XIII, 80) descrive il lupus Tiberinus, il branzino del Tevere, come dono raffinato, segnalando così la fama delle spigole che provenivano dalle foci e dagli ambienti lagunari. La spigola non era un pesce qualunque, ma un prodotto di lusso che portava con sé il prestigio del suo habitat d’origine.
Allo stesso modo Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, osserva che il lupo «in fluminum aestuariis degit, maxime Tiberi, inlustris ibi capitur» – vive negli estuari dei fiumi, soprattutto nel Tevere, ed è lì catturato in abbondanza – e aggiunge che i ricchi amavano allevarlo nelle loro piscine marittime, insieme a murene e orate. Plinio insiste sul carattere ostentatorio di questa pratica: l’allevamento dei lupi era per lui il simbolo di un lusso smodato, che trasformava il mare e le sue creature in uno spettacolo domestico a beneficio del proprietario.
Le indicazioni tecniche di Columella e le considerazioni di Varrone
Lucio Columella, pragmatico scrittore romano sule tema dell’agricoltura, nel De re rustica sottolinea che «piscinae maritimae murenas, lupos, mugiles aliosque pisces salinis ac dulcibus aquis alendos recipiunt» – le piscine marittime accolgono murene, lupi, cefali e altri pesci da allevare con acque salmastre e dolci. È un’indicazione tecnica che descrive l’habitat misto, lo stesso che caratterizzava il Timavo, come ideale per ingrassare il lupus labrax.
Infine Marco Terenzio Varrone, letterato e agornomo romano sempre attento ai cambiamenti sociali, osserva nel suo Rerum rusticarum libri III che «nunc vero magni homines piscinas marinas extruunt, in quibus murenas et lupos saginant» – i grandi personaggi costruiscono piscine marittime, nelle quali ingrassano murene e lupi. Non si tratta solo di un dato zoologico o tecnico, ma della constatazione di un fenomeno sociale: la piscicoltura come segno di ricchezza e di ostentazione, che aveva trasformato pesci come il lupo in emblemi di status.
Il quadro complessivo del Timavo lagunare
Il paesaggio costiero del lacus Timavi, con baie e promontori come quello di Bratina, offriva dunque ripari naturali che potevano essere sfruttati per trattenere i pesci e gestirne la raccolta stagionale. Mancano, è vero, le testimonianze di strutture lapidee o idrauliche proprie delle grandi piscinae romane, ma non per questo l’ipotesi di uno sfruttamento ittico deve essere esclusa. Al contrario, l’insieme dei dati geomorfologici, le osservazioni archeologiche di Auriemma e le testimonianze letterarie consentono di ritenere che il lacus Timavi fosse un ambiente privilegiato per la spigola e che le ville costiere, affacciate sulle sue sponde, abbiano potuto integrare le loro attività agricole con l’abbondanza offerta dalle acque lagunari, forse attraverso forme di allevamento estensivo di molluschi e pesci che non hanno lasciato tracce monumentali ma che segnarono in profondità l’economia e la cultura del paesaggio romano in quest’area.
Bibliografia Essenziale
Auriemma R., et al., Terre di mare. Paesaggi costieri dal Timavo alla penisola muggesana, Trieste, 2008.
Auriemma R., La villa romana di via Colombo a Monfalcone: darsena e strutture costiere, in L’architettura privata ad Aquileia in età romana, Trieste, 2008, pp. 245–262.
Auriemma R., Petrucci F., Indagini subacquee e costiere a Monfalcone: la villa di via Colombo e la darsena lagunare, in Aquileia Nostra, 79, 2008, pp. 217–252.
Marzano A., Sergio Orata e il lago Lucrino: peschiere, ostricoltura e paesaggi costieri romani, in Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité, 125/2, 2013, pp. 1–28.






