Il sistema portuale del Lacus Timavi

Più che un unico scalo, conviene immaginare il sistema del Lacus Timavi come un insieme di approdi, distribuiti lungo la laguna e i rami fluviali che ne alimentavano le acque. Le fonti antiche ricordano la singolare suggestione di questo paesaggio anfibio, dove da sette o nove sorgenti sgorgava alla luce l’acqua del fiume ipogeo. Virgilio, nel primo libro dell’Eneide, descrive un Timavo che “per nove bocche prorompe dal monte con fragore immenso, come un mare tempestoso che sommerge con i suoi flutti la campagna”. Polibio descrive il sito sottolineando la presenza di sette o nove scaturigini, quasi tutte di natura salmastra, mentre Strabone (V.1.8) ne rileva l’imponente portata idrica; a suggello della loro maestosità, Varrone definisce l’area come «fonte e madre del mare». L’eco di questo luogo, investito di una sacralità ancestrale, si propaga fino all’alto Medioevo: nel 799, San Paolino di Aquileia ne celebra la solennità nei versi funebri composti per il duca Enrico, testimoniando la persistente importanza simbolica del Timavo attraverso i secoli.

Porti, strutture e studi antiquari

La tradizione antiquaria ricorda con Pietro Kandler, a metà Ottocento, un “porto al Timavo celebratissimo e frequentatissimo”, sebbene ridotto a scalo secondario rispetto a Trieste. Nella sua “Carta di spiegazione dell’epistola al cap. Piccoli” Kandler localizzava le strutture portuali di San Giovanni, tra il secondo e il terzo ramo del fiume. Mezzo secolo più tardi Carlo Puschi ne indagò l’area, identificando i resti di un probabile horreum (magazzino) legato al vicino porto. Sempre il Kandler ipotizzò l’esistenza di un pharus a segnalare l’ingresso allo scalo di San Giovanni, collocato sullo scoglio che i Veneziani avrebbero poi utilizzato per il castello di Belforte, posizione ideale per la visibilità.
L’importanza commerciale di questo sistema portuale si radicava nella sua collocazione strategica, al cuore del caput Adriae: un nodo che congiungeva il traffico marittimo con la viabilità terrestre, a breve distanza da Aquileia, protetto dagli eventi naturali e sicuro come scalo. La vitalità del porto precede la fondazione della colonia aquileiese (181 a.C.), come dimostrano i reperti archeologici che documentano frequentazioni greche e commerci diretti ai mercati del nord. Né il ruolo del porto si esaurì in età antica. Ancora nel XVI secolo, il sistema portuale e doganale monfalconese si manteneva florido, ponendosi in aperta concorrenza con Trieste e i principali scali istriani, in particolare nel redditizio commercio di vino, granaglie e sale. La vivacità di tali scambi trovava riscontro in un apparato fiscale ramificato, articolato in almeno tre sedi strategiche: San Giovanni, Tavoloni e la ormai scomparsa Insula Clara di Sant’Antonio, la cui pluralità rifletteva l’articolata gestione dei flussi merci dell’area. Questa lunga parabola economica si concluse soltanto nel 1781, quando un’ordinanza imperiale dispose il trasferimento a Duino della stazione di cambio dei cavalli e dei depositi del sale, decretando il declino definitivo dell’antico assetto logistico.
Nell’antica cornice del Lacus Timavi, lungo le rive dell’odierna Monfalcone, si sviluppò un paesaggio di intensa attività produttiva, in cui thermae, ville, coltivazioni e allevamenti dialogavano con le acque salmastre di una laguna ormai scomparsa. L’equilibrio tra natura e ingegno umano, celebrato già dai contemporanei, ha lasciato tracce tangibili nelle sorgenti termali, nei resti residenziali e nelle iscrizioni, testimonianze d’una ragguardevole prosperità antica.

Le Insulae Clarae, il centro termale e le ville

Alla fine del I secolo a.C. le Insulae Clarae ospitavano un importante centro termale: le acque sulfuree e salsosolfato-alcaline, sgorganti a temperature costanti di 38-39 °C, alimentavano thermae dotate di piscine coperte e all’aperto, sudationes e ambienti per fanghi terapeutici. Dopo le devastazioni delle incursioni gotiche del 452 d.C., il sito conobbe soltanto una breve rinascita nel 1433, quando il podestà Francesco Nani, inviato a Monfalcone come rappresentante della Cancelleria Pretoria della Serenissima, ne promosse la riattivazione, seppure in forma ridotta.
Le ville affacciate sulla laguna erano veri centri multifunzionali. Alla parte abitativa si affiancavano torchi per la vinificazione, magazzini per l’olio e botteghe artigiane. Il rinvenimento in zona di onerarie romane, come ad esempio la Julia Felix rinvenuta sui fondali della vicina Grado, attesta la vitalità dei commerci che si estendevano da Aquileia all’intero Adriatico nord-orientale.
L’ambiente lagunare sosteneva anche una pesca organizzata e l’allevamento controllato di molluschi, in particolare mitili e ostriche, mediante impianti di pali e gabbie in canna. Tecniche di salagione ed essiccazione consentivano di conservare il lupus labrax (branzino), rendendolo disponibile nei mercati interni e per le rotte marittime adriatiche.


Bibliografia essenziale

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