Trasformazione dell’agro monfalconese tra bonifica e prima industria
Nella seconda metà dell’Ottocento, in una landa ancora prevalentemente agricola compresa tra le pendici carsiche, il basso Isonzo e il Golfo di Panzano, si estendeva una pianura di circa ottomila ettari. Proprio in questi vasti spazi iniziarono a insediarsi in questo periodo numerose attività industriali e manifatturiere grazie alla messa a sistema delle risorse locali e, soprattutto, dalla crescente disponibilità di infrastrutture ed energia.
Esattamente in questo momento storico maturò l’esigenza di bonificare e rendere produttivi i terreni agricoli, anche perché i proprietari terrieri avvertirono la necessità di un canale d’irrigazione capace di portare acqua ai campi attraverso una rete di canali adduttori, distributori e scoline poderali, la cui parte terminale recapitava le portate residue a mare.
Canale Dottori: Consorzio, progetto e natura promiscua dell’opera
Nel Monfalconese, la transizione verso assetti produttivi più articolati si accompagnò dunque alla definizione di un’infrastruttura idraulica destinata a incidere in modo strutturale sull’organizzazione del territorio. Nel 1873 venne istituito, con provvedimento del capitanato distrettuale competente, il Consorzio Acque dell’Agro Monfalconese, nel cui ambito maturò l’ipotesi di un canale principale impostato tra Sagrado e Monfalcone, con attraversamento dei territori di Fogliano e Ronchi dei Legionari, e con previsione di un prolungamento verso l’area di Porto Ròsega. L’opera assunse progressivamente carattere promiscuo, con finalità irrigue e con potenzialità di supporto a funzioni industriali e fu realizzata tra fine Ottocento e i primi anni del Novecento, con un ruolo determinante attribuito ad Antonio de Dottori degli Alberoni, promotore consortile e figura attiva negli organismi agrari del territorio.
Sul piano normativo e finanziario il canale si collocò entro politiche di promozione agricola e modernizzazione, sostenute da strumenti provinciali e da contributi statali. Il progetto tecnico fu redatto dall’ingegnere Giovanni Schiavoni, sulla base di un impianto preliminare associato a Raffaele Angelo Vicentini, a partire dall’opera di presa di Sagrado, nota localmente come “rosta”. L’approvazione ministeriale intervenne nel 1901 e quantificò l’intervento in un ordine di grandezza di alcune centinaia di migliaia di corone, con una quota a carico del Municipio e del Consorzio e con un contributo statale corrisposto per rate annuali a partire dal 1902; in tale quadro rientrarono espropri e disponibilità di aree lungo il tracciato, inclusi gli adeguamenti connessi al prolungamento verso mare.
Fin dalle fasi di definizione e avvio si registrarono posizioni non convergenti tra gli interessi fondiari, orientati alla razionalizzazione irrigua e alla stabilità della distribuzione e gli indirizzi legati a prospettive industriali e a investimenti promossi da soggetti non esclusivamente locali.
Aspetti idraulici ed energetici: regolazione, salti e vincoli di tracciato
L’opera presentò criticità realizzative connesse alla natura di canale distributore a portata decrescente, nel quale la derivazione progressiva dell’acqua verso le campagne determinava variazioni di livelli e velocità lungo l’asta. Ne derivò l’esigenza di governare il sistema come infrastruttura regolata, mediante opere di ripartizione, paratoie, manufatti di derivazione, sfioratori e scarichi di sicurezza, in grado di gestire le variazioni stagionali e operative evitando sia abbassamenti nei tratti terminali, sia sovralzi localizzati in corrispondenza delle prese.
La pendenza lungo il tracciato costituì un ulteriore parametro determinante e, nel tempo, rese possibile la realizzazione di impianti idroelettrici in corrispondenza di salti distribuiti, con una caduta utile complessiva indicata in fonti locali nell’ordine di alcune decine di metri. In termini funzionali, l’assetto implicò la coesistenza di due esigenze: continuità e regolarità dei livelli per l’irrigazione, concentrazione della caduta e corretta restituzione per l’uso energetico, con dispositivi di dissipazione e controllo necessari a evitare le instabilità e gli eventuali rigurgiti.
Nel progetto definitivo furono inoltre tenuti in somma considerazione i vincoli esterni, tra cui la viabilità e la presenza della linea ferroviaria, che influenzarono le scelte di quota, le pendenze disponibili, gli spazi di cantiere e, complessivamente, le condizioni di esercizio del canale.
Sfruttamento elettrico e assetti societari
L’impresa udinese Rizzani, attiva nello sfruttamento elettrico dei salti lungo l’asta del canale, ottenne dal Consorzio una concessione di durata pluridecennale per l’usufrutto dell’energia prodotta dagli impianti; i rapporti si regolarono mediante transazioni e convenzioni nei primi anni del Novecento, con riconoscimento dell’uso di salti localizzati lungo il tracciato e successivo consolidamento amministrativo. In tale quadro fu promossa la costituzione delle Officine Elettriche dell’Isonzo, con sede a Trieste, con compiti di organizzazione della produzione e della distribuzione dell’energia generata dalle centraline. Nel 1937 la società risultò incorporata nella SELVEG (Società Elettrica della Venezia Giulia ) e, con la nazionalizzazione del 1962, gli impianti passarono all’ENEL; la riattivazione di centraline minidro lungo il canale è attestata in fonti locali a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento.
La visione di Valentinis e la scelta del porto-canale
Nel medesimo quadro si collocarono le proposte attribuite al podestà Eugenio Valentinis, orientate al rafforzamento delle funzioni di Porto Ròsega mediante la realizzazione di un porto-canale capace di far avanzare l’influenza del mare verso l’interno urbano. L’impostazione prevedeva l’adeguamento dell’ultimo tratto del canale, in modo da consentire la navigabilità di piccole imbarcazioni e la movimentazione di merci e persone fino alla fascia prossima all’attuale Viale San Marco, in relazione al collegamento con il centro cittadino.
Il progetto incontrò tuttavia indirizzi divergenti tra Consorzio, amministrazione comunale e interessi agrari, soprattutto in rapporto alla priorità irrigua, alla direzione tecnico-amministrativa dell’opera e alla ripartizione della risorsa idrica. La soluzione che prevalse mantenne centrale la funzione agricola e ricondusse l’intervento entro un quadro convenzionale tra Consorzio e Comune, formalizzato nell’ottobre 1904 e sostenuto da un rilevante apporto finanziario statale; i lavori risultarono conclusi entro la fine del 1907.
L ‘esecuzione risultò affidata all’impresa Faccanoni, Galimberti & Piani, attiva a Trieste nel settore delle opere pubbliche e portuali e già impegnata in attività di scavo allo sbocco del canale di Ròsega , mentre i materiali di risulta provenienti da scavi connessi al sistema del Ròsega stesso e di Panzano furono recuperati e riutilizzati come inerti da costruzione, in particolare sabbia e ghiaia, per la formazione e il consolidamento delle banchine del porto di Trieste.
Il canale-portuale risultò impostato come prolungamento funzionale di un sistema infrastrutturale più ampio e si sviluppò per una lunghezza complessiva nell’ordine di alcuni chilometri, con un primo tratto interno superiore ai due chilometri in direzione di Porto Ròsega. La sezione fu dimensionata per garantire deflussi regolari e, nei tratti più aperti, raggiunse ampiezze dell’ordine di alcune decine di metri, coerenti con un’opera che rispondeva a esigenze idrauliche e, al contempo, a requisiti di accessibilità e operatività delle aree di sponda.
Effetti industriali e potenziamento infrastrutturale
Nel primo Novecento, la compresenza del canale irriguo collegato allo sfruttamento idroelettrico e di servizio alle infrastrutture portuali contribuì a definire condizioni favorevoli alla crescita di attività produttive e alla localizzazione di nuovi stabilimenti nel comprensorio monfalconese. L’energia prodotta lungo l’asta del canale e la progressiva estensione delle reti di distribuzione si integrarono con l’evoluzione della portualità e con l’avvio di iniziative cantieristiche e industriali, con ricadute sulla struttura economica, sull’assetto urbano e sulla dinamica demografica della città nel corso del XX secolo.
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