La Tabula Peutingeriana come carta itineraria dell’Impero
Nota fin dal Cinquecento con il nome di Tabula Peutingeriana e oggi conservata a Vienna come Codex Vindobonensis 324, la Tabula Militaris Itineraria Theodosiana costituisce l’unica carta stradale romana giunta fino a noi, sebbene attraverso una copia medievale del XII secolo. L’originale, probabilmente redatto tra III e IV secolo d.C. con aggiunte successive, era composto da dodici fogli di pergamena cuciti a formare un rotolo lungo circa 6,80 metri e alto 35 centimetri, sul quale erano rappresentate in forma schematica le vie che univano l’Impero dalle Colonne d’Ercole fino all’estremo Oriente. In quanto carta itineraria, la mappa privilegia la continuità longitudinale dei tracciati rispetto alla fedeltà geografica, deformando terre e orientamenti per agevolarne la lettura e riservando spazi più ampi ai territori centrali, come la Penisola italiana.
Il tessuto grafico è denso di abbreviazioni latine e di annotazioni stratificatesi nel tempo; accanto a corsi d’acqua e rilievi appena accennati compaiono ideogrammi o vignette che segnalano città, centri termali, stazioni di posta e distanze, espresse in miglia, leghe o parasanghe a seconda delle aree geografiche. L’assenza della parte occidentale, comprendente gran parte della Britannia e della Penisola iberica, è ricondotta all’usura provocata dallo srotolamento frequente.
Ritrovamento, fortuna editoriale e studi moderni
Rinvenuta nel 1494 nella biblioteca dell’abbazia di Reichenau, la carta passò successivamente a Konrad Peutinger, dal quale prese il nome. Prime prove di incisione furono realizzate a Venezia nel 1591, seguite nel 1598 dalle riproduzioni curate dal cartografo fiammingo Ortelio. Dopo diversi passaggi di proprietà, la Tabula entrò stabilmente nella Biblioteca Nazionale Austriaca. Tra Settecento e Ottocento ne furono pubblicate edizioni e facsimili, che la ricerca moderna ha ulteriormente perfezionato con nuove edizioni critiche e studi di dettaglio.
Tipologie iconografiche e sistemi di classificazione
La tradizione critica tende a ordinare le 555 vignette presenti nella tabula attraverso sistemi classificatori che ne privilegiano ricorrenza e pregnanza semantica. Si distinguono così alcune macro-tipologie iconografiche principali, quali il motivo della doppia torre, quello delle aquae e la raffigurazione templare, cui si aggiungono ulteriori sottocategorie e varianti: gli horrea intesi quali depositi agricolo-commerciali, le rappresentazioni di cinte murarie, i complessi portuali contrassegnati da fari e, infine, figure allegoriche come la personificazione di Roma.
La “vignetta delle aquae” nell’areale di Monfalcone
Particolarmente rilevante è la cosiddetta “vignetta delle aquae”, attestata anche in corrispondenza del contemporaneo areale di Monfalcone. L’icona rappresenta un edificio a corte centrale in pseudo-assonometria, con il perimetro interno reso cromaticamente in azzurro nella maggioranza delle occorrenze. In ventotto casi è accompagnata dall’iscrizione aqua o aquae, con evidente riferimento a sorgenti minerali o impianti balneari; in altri quattordici esempi, invece, la raffigurazione appare priva di glosse, ma talora affiancata da etichette quali praetoria, identificabili con sedi di controllo amministrativo o doganale, oppure tabernae. Rimangono infine dieci attestazioni di edifici analoghi, a pianta quadrangolare, con coperture e particolari variabili che ne complicano l’assimilazione diretta alle forme dotate di titolatura.
Secondo l’erudito seicentesco Antonio Bosio, la mera presenza dell’indicazione aquae basterebbe a riconoscere in tali edifici strutture termali. Annalina e Mario Levi hanno tuttavia rilevato che, nella tradizione iconografica antica, simili raffigurazioni possono evocare anche edifici di accoglienza più complessi delle consuete mansiones: tipologie cioè più vicine agli alberga, concepite come spazi ricettivi articolati e ben attrezzati, non necessariamente connessi a pratiche terapeutiche o a funzioni strettamente termali.
A questa tipologia potrebbe appartenere la struttura allocata in corrispondenza della fonte Timavi, che per rilevanza topografica e per collocazione strategica ha rappresentato certamente un punto cardine del sistema viario romano antico.
Mansiones e mutationes
Le mansiones — stazioni di posta ufficiali del cursus publicus — erano disposte lungo le principali viae publicae a intervalli che corrispondevano, in media, a una giornata di marcia. La loro collocazione si concentrava in punti nodali del tracciato, quali i compita o i passaggi fluviali strategici: celebre il caso della mansio presso il Pons Sonti, ricordata dalla Tabula Peutingeriana. Tali edifici, riservati ai portatori di diploma imperiale, comprendevano ambienti per il pernoctare, talora arricchiti da apparati decorativi di pregio, e disponevano di balnea, horrea e stabula equorum. Erano dunque hospitia complessi, idonei ad assicurare ospitalità e rifornimenti ai funzionari e ai corrieri statali.
A distanza di cinque miglia circa si trovavano invece le mutationes, destinate essenzialmente al cambio delle cavalcature. Qui era possibile sostituire gli animali stanchi o ricorrere alle cure di medici veterinarii. Accanto a queste stazioni ufficiali si sviluppavano forme di accoglienza privata, quali tabernae e cauponae, che offrivano vitto e alloggio ai viaggiatori comuni, esclusi dai privilegi del cursus.
La vignetta della Tabula relativa alla fonte del Timavo, letta secondo l’esegesi di Annalina e Mario Levi e valutata nel rapporto topografico con Aquileia, sembra alludere all’esistenza in loco di un hospitium di rango superiore, funzionale a transiti e soste in un punto di frontiera idrogeografico di primaria importanza.
Le distanze e la logica del viaggio romano
La Tabula Peutingeriana scandisce le tappe mediante la notazione della milia passuum, miglio romano di circa 1.480 m, registrata in numeri romani lungo le linee rosse che rappresentano i tracciati. In Gallia occidentale appare talvolta la leuga gallica; nelle regioni persiane la parasanga; in ambito indiano le cosiddette “milia” locali: ogni unità con il proprio fattore di corrispondenza, già discusso nelle fonti tardoantiche.
Il progetto grafico della carta, affine a uno schema di rete piuttosto che a una rappresentazione corografica, introduce deformazioni intenzionali: l’asse est-ovest risulta dilatato rispetto al nord-sud, e la misurazione non obbedisce a una scala uniforme, ma alla somma dei segmenti tra stazione e stazione. La funzione non era di natura cartografica in senso moderno, bensì pragmatica: fornire un quadro dei tempi di percorrenza più che un’esatta resa topografica.
Le copie medievali della Tabula, spesso oggetto di interpolazioni e di errori di tradizione manoscritta, introducono inoltre approssimazioni e spostamenti anche di molte migliaia di passi. Questa fluidità metrica, pur limitando la precisione geografica, riflette coerentemente lo spirito del cursus romano: non fissare con esattezza i confini di un vicus o di una civitas, ma scandire il ritmo quotidiano del viaggio e della dislocazione delle stazioni lungo l’impero.
Bibliografia essenziale
Levi, A. – Levi, M., La Tabula Peutingeriana e l’organizzazione del cursus publicus, Milano, 1978.
Talbert, R. J. A., Rome’s World: The Peutinger Map Reconsidered, Cambridge, 2010.
Chevallier, R., Les voies romaines, Paris, 1997².
Ortelius, A., Fragmenta Tabulae Peutingerianae, Anversa, 1598.
Quilici, L., Strade romane. Viabilità e organizzazione del territorio, Roma, 2002.




