La prima stagione elettrica, quando l’energia arriva a Monfalcone e nasce anche l’Anconetta
L’ingresso di Monfalcone nella modernità elettrica ebbe un inizio preciso alla fine del gennaio 1909, data del primo allacciamento alla rete territoriale. Nei due anni successivi, il consolidamento del sistema lungo l’asta del Canale Dottori portò alla nascita degli impianti di Monfalcone Anconetta e Monfalcone Porto, integrati in una maglia che intrecciava linee ad alta tensione a 10.000 volt e reti locali a bassa tensione tra Gorizia e il litorale.
L’Anconetta assunse una fisionomia ben più complessa rispetto ai salti di Fogliano o Ronchi, smettendo di essere una semplice unità di generazione per diventare un tassello vitale di un territorio che stava cambiando pelle. Erano gli anni dell’avvio del sito cantieristico di Panzano, un’esplosione della domanda energetica così impetuosa da rendere necessaria, di lì a poco, la svolta termoelettrica di Porto Ròsega.
L’architettura della centrale storica e la sua peculiarità nel sistema dei salti
Nella descrizione tecnica del sistema del Canale Dottori, l’Anconetta apparteneva al gruppo delle centraline affiancate al canale più che impostate in asse e presentava un salto contenuto, di ordine di grandezza analogo a quello della centralina di Ronchi, con portate legate alla gestione consortile e alla stagionalità irrigua, come avveniva per gli altri impianti.
Negli anni Ottanta, la riattivazione degli impianti lungo il Canale Dottori fu guidata da una logica di riduzione dei costi di esercizio e di automazione. In quel rifacimento, l’Anconetta fu impostata come un impianto gemello a quello di Ronchi, con due gruppi per centrale, uno a pale fisse e uno a pale mobili, così da mantenere rendimento anche quando la portata oscillava in modo significativo.
Le unità a asse verticale, tuttora in pieno esercizio, rappresentano una soluzione d’ingegneria compatta dove la componente idraulica e quella elettrica si fondono su un unico albero motore. In questa configurazione, la turbina trasforma l’energia cinetica del salto e della portata in forza meccanica, mentre il generatore, solidale al medesimo asse, ne opera la conversione finale in elettricità. Tale architettura verticale non risponde solo a criteri di economia spaziale, ma permette una distribuzione razionale dei pesi e delle funzioni: la sezione idraulica è strategicamente collocata in basso, in presa diretta con i flussi di adduzione, lasciando la parte elettrica in una posizione elevata che ne favorisce l’ispezione e la manutenzione ordinaria.
La produzione contemporanea si attesta attorno ai 0,4 kV e il trasporto in rete MT a 20 kV.
Un episodio recente ha messo in luce come questi impianti non agiscano come meri dispositivi meccanici, ma come veri e propri sensori della salute del canale. Durante una stagione caratterizzata da calore estremo e scarsità idrica, la centralina è diventata il teatro di una massiccia proliferazione di vegetazione acquatica, alimentata dal drastico rallentamento della corrente. Questo fenomeno, lungi dall’essere un dettaglio marginale, ha operato come un segnale d’allerta biologico, rendendo tangibile la stretta interdipendenza tra il calo della velocità di deflusso, l’accumulo di depositi e le alterazioni dell’ossigenazione. Tale squilibrio ambientale si è tradotto immediatamente in una sfida operativa, imponendo carichi di manutenzione straordinaria per preservare l’efficienza del sistema.
foto: Particolare delle opere idrauliche contemporanee con paratoie, dispositivi di regolazione e strutture di servizio in fregio al canale_Credit: Consorzio di Bonifica della Venezia Giulia
Bibliografia Essenziale
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