Lo sbocco del Canale Dottori nel sistema di Porto Ròsega
L’impianto di Monfalcone Porto sancisce la chiusura fisica e concettuale dell’intero sistema del Canale Dottori, ergendosi a vera e propria opera di soglia tra le acque di valle e l’Adriatico. In questo nodo terminale, il mare cessa di essere un semplice orizzonte per diventare una variabile determinante. La sua instabilità altimetrica introduce di fatto una nuova complessità nei calcoli idraulici, intrecciandosi ai regimi della falda e alla permeabilità dei suoli in un equilibro dinamico assente negli impianti a monte.
Monfalcone Porto, pur inserita nello stesso disegno delle altre centraline dell’asta, aveva quindi un comportamento meno regolare, influenzato appunto principalmente dalle maree. La potenza erogabile non poteva essere considerata costante, poiché dipendeva dal salto utile effettivamente disponibile, a sua volta influenzato dalle oscillazioni del livello di valle connesse all’andamento della marea. L’innalzamento del livello di scarico riduceva il dislivello tra monte e valle, comprimendo la resa, mentre l’abbassamento del livello di valle incrementava il salto utile e consentiva condizioni di produzione più favorevoli, a parità di portata derivata.
La stessa dotazione elettromeccanica rifletteva l’eccezionalità del sito, distanziandosi dalle centraline minori per la dimensione superiore dei gruppi installati. Pur adottando una configurazione analoga a quella di Fogliano, l’impianto di Porto Ròsega impiegava turbine da 350 HP e generatori da 550 kVA, capaci di tradurre un salto massimo di 3,95 metri e una portata di 12 m³/s in una potenza ai morsetti di 340 kW. Tuttavia, l’efficienza complessiva restava indissolubilmente legata alle dinamiche marine: l’escursione della marea, agendo direttamente sul livello di valle, ne condizionava il salto utile e rendeva la resa energetica un valore continuamente variabile.
Dal declino alla riattivazione
Dopo i passaggi societari del Novecento e la nazionalizzazione, la conseguenza diretta riguardò la progressiva riduzione dell’attività. Impianti obsoleti, costi di produzione elevati e forte impegno di personale condussero progressivamente all’abbandono dell’impianto, verosimilmente databile dopo il 1962, quando SELVEG fu assorbita da ENEL.
A differenza di quanto successo con le altre centraline in produzione sul canale, il fabbricato originario non fu abbattuto ma venne mantenuto in quanto ritenuto esempio di archeologia industriale da tutelare.
Questo vincolo costrinse a riattivare la produzione elettrica in chiave moderna entro un involucro storico preesistente, caratterizzato da spazi angusti e da strutture originarie non idonee a sopportare i carichi concentrati e dinamici della movimentazione. Tale complessità impose la creazione di uno scheletro interno indipendente, una struttura portante fondata su appoggi propri e progettata per sostenere le vie di corsa e il ponte gru. Questa soluzione ingegneristica permetteva di scaricare le sollecitazioni direttamente alle fondamenta, preservando l’integrità delle murature perimetrali da carichi impropri. Parallelamente, l’intero edificio fu oggetto di una profonda rifunzionalizzazione che vide l’apertura di varchi strategici per il transito dei macchinari, il consolidamento strutturale delle pareti e il rifacimento delle coperture, interventi tutti coordinati per garantire l’inserimento e l’esercizio in sicurezza dei nuovi impianti.
Oltre al problema delle maree, dovettero essere affrontate ulteriori problematiche derivanti dalla profondità degli scavi da eseguire a monte e a valle dell’edificio in presenza di venute d’acqua dalla falda, di apporti dagli scarichi dell’abitato e soprattutto dalle infiltrazioni dal mare, operando in terreni ad alta permeabilità.
Durante i lavori, lo scavo di valle risultò di fatto esposto all’influenza del mare. Con l’alta marea l’acqua poteva arrivare a esercitare una pressione corrispondente a oltre 6 metri di colonna d’acqua sul fondo dello scavo stesso e quindi, per poter lavorare in sicurezza, si rese necessario necessario isolare completamente il bacino di valle dal mare mediante palancolate e mantenere in asciutta l’area tramite pompaggio continuo, con conseguenti aggravi su costi e tempistiche.
Date queste condizioni, a Porto si scelse una soluzione “a sifone” con macchine inclinate, pensata per limitare scavi e opere tradizionali che, in quel contesto, sarebbero state troppo invasive o addirittura difficili da realizzare.
Con questo sistema l’acqua non entra nella turbina come in un impianto classico con grandi condotti sempre pieni, ma viene innescata nel sifone. Per avviare l’impianto servono dispositivi che aspirano aria e fanno partire il flusso, mentre per fermarlo basta disinnescare il sifone facendo rientrare aria tramite una valvola automatica. Con questa logica, per la sola manovra di arresto può non essere indispensabile chiudere una paratoia a monte; restano invece fondamentali gli sfioratori, che devono poter scaricare tutta l’acqua captabile anche quando le macchine sono ferme.
Dal rifacimento all’assetto contemporaneo: una centralina piccola, ma tecnologicamente densa
Rispetto alla fase degli anni ’80, l’impianto risulta oggi assolutamente allineato a logiche contemporanee di automazione spinta e di affidabilità, rendendolo poco dipendente dal presidio continuo. Difatti nel 2011 è stato oggetto di un profondo rifacimento mediante l’adozione di turbine Kaplan monoregolanti a velocità variabile e generatori a magneti permanenti abbinati a inverter, in una configurazione orientata a mantenere produzione anche in condizioni non ottimali di portata, migliorando la resa in funzione della necessaria flessibilità.
La produzione si attesta sui 0,4 kV e la trasformazione per l’immissione in rete MT sui 20 kV.
Il luogo produttivo di Monfalcone Porto conserva in definitiva, meglio di altrove, il senso della continuità tra l’infrastruttura idraulica e il paesaggio produttivo di Monfalcone, in un’ottica di continuità storica tra ingegneria e archeologia industriale.
Bibliografia Essenziale
Facile, Elio; Mancini, Giuliano; Sussi, Furio, La riattivazione delle centrali sul Canale Dottori, ENEL, Settore Produzione e Trasmissione di Venezia, 1988
Consorzio Culturale del Monfalconese, Cinque centraline idroelettriche, s.d.
Consorzio Culturale del Monfalconese, Il canale irriguo industriale da Sagrado a Porto Rosega, s.d.
Edison S.p.A., Dichiarazione Ambientale 2024-2026. Polo 3, 2024
Marchesi, S., Centrale di Monfalcone Porto. Rifacimento centrale, s.d.
ERPAC Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Centrale idroelettrica del porto, scheda di catalogo (archeologia industriale), s.d.
Edison S.p.A., Impianto idroelettrico di Monfalcone Porto, scheda impianto, s.d.








